Santi patroni
La festa del Patrono San Vittore costituiva la massima manifestazione religiosa e ad essa erano legate anche le manifestazioni folkloristiche. Il 14 maggio si svolgeva la processione nella quale la reliquia della testa del Santo, racchiusa nel reliquario offerto dal Comune nel 1669, veniva portato nelle vie del paese. La processione si svolge tuttora. Il Comune offriva anticamente in questa ricorrenza un pasto a fuoco, cioè a famiglia. Si svolgeva una corsa di cavalli “barberi o saraceni” per la quale la magistratura offriva il Palio. L’usanza durò fino alla meta del 1700 fu sospesa dal vescovo di Narni. Nel 1764 fu riunito un consiglio popolare costituito dall’Arciprete, dai Canonici e dai Capifamiglia per fissare i Capitoli che dovevano regolare la festa. Si doveva anzitutto fare la questua del grano e del mosto per la quale dovevano essere incaricati rispettivamente quattro e due cercatori. Si doveva eleggere un Sopraintendente in grado di sostenere la spesa per la musica. Il Depositario avrebbe dovuto un mese prima della Festa comunicare la disponibilità di cassa. Mediante un bussolo fra tutti i benestanti si sarebbe dovuto eleggere l’Alfiere della festa, su cui doveva gravare la spesa di offrire la refezione e qualche bacile di ciambelle il martedì di Pasqua nella Chiesa rurale di S. Vittore; avrebbe dovuto inoltre offrire al magistrato un paio di bacili di confetture. Altra festa che veniva celebrata era quella di S. Fulgenzio, inizialmente doveva svolgersi nella Chiesetta campestre omonima (ora Madonna del Buon Consiglio) poi fu trasferita nella Cappella eretta dal Comune nella Collegiata.
Fonte: Otricoli di Carlo Pietrangeli Ed. 1978
San Vittore
Secondo la tradizione locale, il più importante dei Santi venerati ad Otricoli e San Vittore la cui festa si celebra il 14 Maggio ed al quale, non essendo nota la . passio, gli agiografi hanno attribuito quella dei martiri Vittore e Corona (Stefania). Vittore sarebbe stato un giovane di Otricoli che fu arruolato nell’esercito romano, nella milizia equestre, ed inviato a combattere in Siria, accusato dal Prefetto dell’Egitto e della Siria e capitano generale dell’esercito imperiale dell’Asia come Cristiano, dopo l’interrogatorio e vari supplizi: gli furono spezzate le giunture delle ossa; fu gettato in una fornace ardente; gli fu fatto bere potentissimo veleno; fu sospeso ad una trave e con faci ardenti gli furono bruciate le carni e per tre giorni fu lasciato in quel crudele supplizio condannato ad essere scorticato vivo ed infine ad essere decapitato; Mori il 14 Maggio del 168 D.C.. Corona era invece la giovanissima sposa di un suo commilitone, anch’egli residente in Siria, che, per aver confortato il martire ed averne esaltato la fermezza, fu condannata ad una morte atroce.
Il corpo di San Vittore, riportato in patria e sepolto presso la città antica di Ocriculum non lungi dal Tevere, fu ritrovato dal Vescovo Fulgenzio circa la meta del VI sec. Il Vescovo gli costruì sopra la sua tomba un altare dal quale ebbe origine l’Abbazia intitolata al suo nome. San Vittore, lo stesso di Otricoli, e venerato come protettore anche ad Osimo, Feltre e Vallerano, ove sono erette chiese in suo nome. Le reliquie del Santo Otricolano si conservano sotto l’Altare Maggiore della Collegiata ove furono trasferite nel 1351 dal Vescovo di Narni. La testa e custodita in un apposito reliquiario argenteo donato dal Comune nel 1669 (purtroppo rubato). Fin dal Medioevo San Vittore è considerato il Patrono principale di Otricoli.
San Fulgenzio, Vescovo di Otricoli
Fulgenzio venne nominato Vescovo di Otricoli, sua Patria natale, nell’anno 540 d.C. La sua vita ci viene tramandata da S. Gregorio Magno nei Dialoghi. Egli ci narra che quando TOTILA si avvicinò c suo esercito ad Otricoli il che avvenne verso gli anni 543-544 il Vescovo, per propiziarselo, gli mandò alcuni membri del Clero Otricolano con doni; di ciò il Re si adiro, inviò i suoi uomini ad imprigionarlo volendo egli stesso sottoporlo ad un interrogatorio. Eseguito l’ordine e catturato il Vescovo, egli Fu costretto; stare sotto il sole entro un circolo tracciato sul terreno dal quale non avrebbe potuto uscire. Improvvisamente pero i cielo si copri di nubi e si scateno un violentissimo temporale con tuoni, lampi e pioggia a dirotto che si rovescio sui guardiani del Santo Vescovo mentre lasciò completamente asciutto il terreno compreso entro il circolo ove questi era tenuto prigioniero. Di ciò ammirati, i soldati riferirono il miracolo al Re, il cui furore verso il Vescovo si mutò in grande reverenza. Dopo aver provocato altre stragi e rovine intorno a Roma nell’anno 546 Totila tornò ad Otricoli dove arrestò nuovamente il Vescovo Fulgenzio.
Per tre giorni il Re tentò con lusinghe e con minacce di far abbandonare al Vescovo la Chiesa Cattolica per passare all’Arianesimo. Al quarto giorno Totila infuriato comandò che Fulgenzio fosse accompagnato con flagelli indicibili Fuori della città di Otricoli e qui sepolto vivo in una fossa scavata appositamente. Il Signore Iddio volle rendere glorioso quel martirio mostrando la santità di Fulgenzio facendo scendere solo sopra quel pezzo di terreno una neve purissima e facendo risplendere un globo di luce dal quale si udì una voce angelica che magnificava il Santo Vescovo Fulgenzio. Era il 3 Dicembre. Il corpo di San Fulgenzio, sepolto nella chiesa di S. Vittore, fu trasportato nel 1316 nella Collegiata dove venne eretta dal Comune una Cappella in suo onore.
San Nicola
San Nicola nacque probabilmente a Pàtara di Licia, tra il 260 ed il 280, da Epifanio e Giovanna che erano cristiani e benestanti. Cresciuto in un ambiente di fede cristiana, perse prematuramente i genitori a causa della peste. Divenne così erede di un ricco patrimonio che impiegò per aiutare i bisognosi. Si narra che Nicola, venuto a conoscenza di un ricco uomo decaduto che voleva avviare le sue tre figlie alla prostituzione perché non poteva farle maritare decorosamente, abbia preso una buona quantità di denaro, lo abbia avvolto in un panno e, di notte, l’abbia gettato nella casa dell’uomo in tre notti consecutive, in modo che le tre figlie avessero la dote per il matrimonio.
Un’altra leggenda non fa riferimento alle figlie del ricco decaduto, ma narra che Nicola, già vescovo resuscitò tre bambini che un macellaio malvagio aveva ucciso e messo sotto sale per venderne la carne. Anche per questo episodio san Nicola è venerato come protettore dei bambini.
In seguito lasciò la sua città natale e si trasferì a Myra dove venne ordinato sacerdote. Alla morte del vescovo metropolita di Myra, venne acclamato dal popolo come nuovo vescovo. Imprigionato ed esiliato nel 305 durante le persecuzioni anti-cristiane emanate da Diocleziano, fu poi liberato da Costantino nel 313 e riprese l’attività apostolica. Non è certo se sia stato uno dei 318 partecipanti al Concilio di Nicea del 325, durante il quale avrebbe condannato duramente l’eresia dell’arianesimo, difendendo la fede cattolica, ma la leggenda ci tramanda che in un momento d’impeto prese a schiaffi Ario. Gli scritti di sant’Andrea di Creta e di san Giovanni Damasceno ci confermano la sua fede ben radicata nei principi dell’ortodossia cattolica.
Nicola si occupò anche del bene dei suoi concittadini di Myra: ottenne dei rifornimenti durante una grave carestia e ottenne la riduzione delle imposte dall’Imperatore.
Nicola calmò una furiosa tempesta, scongiurò una carestia, liberò tre ufficiali ingiustamente condannati a morte dall’imperatore Costantino.
Un “Passionarium” del VI secolo dice che ha sofferto per la fede nelle ultime persecuzioni antecedenti Costantino, e che è intervenuto nel 325 al Concilio di Nicea.
Nicola muore il 6 dicembre di un anno incerto e il suo culto si diffonde dapprima in Asia Minore (25 chiese dedicate a lui a Costantinopoli nel VI secolo). Ci sono pellegrinaggi alla sua tomba, posta fuori dell’abitato di Mira. Moltissimi scritti in greco e in latino lo fanno via via conoscere nel mondo bizantino-slavo e in Occidente, cominciando da Roma e dal Sud d’Italia, soggetto a Bisanzio.
Ma oltre sette secoli dopo la sua morte, quando in Puglia è subentrato il dominio normanno, “Nicola di Mira” diventa “Nicola di Bari”. Sessantadue marinai baresi, sbarcati nell’Asia Minore già soggetta ai Turchi, arrivano al sepolcro di Nicola e s’impadroniscono dei suoi resti, che il 9 maggio 1087 giungono a Bari accolti in trionfo: ora la città ha un suo patrono. E forse ha impedito ad altri di arrivare alle reliquie. Dopo la collocazione provvisoria in una chiesa cittadina, il 29 settembre 1089 esse trovano sistemazione definitiva nella cripta, già pronta, della basilica che si sta innalzando in suo onore. E’ il Papa in persona, Urbano II, a deporle sotto l’altare. Nel 1098 lo stesso Urbano II presiede nella basilica un concilio di vescovi, tra i quali alcuni “greci” dell’Italia settentrionale: c’è già stato lo scisma d’Oriente.
Alla fine del XX secolo la basilica, affidata da Pio XII ai domenicani, è luogo d’incontro tra le Chiese d’Oriente e d’Occidente, e sede dell’Istituto di Teologia Ecumenica San Nicola. Nella cripta c’è anche una cappella orientale, dove i cristiani ancora “separati” dal 1054 possono celebrare la loro liturgia. Scrive Gerardo Cioffari, del Centro Studi San Nicola: “In tal modo la basilica si presenta… come una realtà che vive il futuro ecumenico della Chiesa”. Nicola di Mira e di Bari, un santo per tutti i millenni.
Nell’iconografia San Nicola è facilmente riconoscibile perché tiene in mano tresacchetti (talvolta riassunti in uno solo) di monete d’oro, spesso resi più visibili sotto forma di tre palle d’oro.
Racconta la leggenda che nella città dove si trovava il vescovo Nicola, un padre, non avendo i soldi per costituire la dote alle sue tre figlie e farle così sposare convenientemente, avesse deciso di mandarle a prostituirsi. Nicola, venuto a conoscenza di questa idea, fornì tre sacchietti di monete d’oro che costituirono quindi la dote delle fanciulle, salvandone la purezza.












